Il piroscafo Andrea Sgarallino giace oggi a 66 metri di profondità davanti alla costa dell’isola d’Elba. Adagiato su un fianco, spezzato da due enormi squarci nella stiva, mostra le antiche e mortali ferite provocate dai siluri che quella mattina del 22 settembre 1943 furono lanciati dal sommergibile inglese Hms Uproar comandato dal capitano Herrik.

Lo Sgarallino era stato varato dai Cantieri Orlando di Livorno e portava il nome del patriota e ufficiale garibaldino nato a Livorno nel 1819. Dal 1930 era in servizio sulle linee dell’Arcipelago Toscano per conto della Società Anonima Navigazione Toscana. Era lungo 56 metri, largo 8,56 e la sua velocità di crociera era intorno ai 14 nodi.

Nel 1940 fu requisito dalla Regia Marina, la quale dopo lavori di trasformazione e adattamento inclusa l’installazione di due cannoni antiaerei, la iscrisse nei ruoli del naviglio ausiliario dello Stato con la nuova sigla F.123. Venne così assegnato a compiti militari e nel giugno del 1943 assunse anche la nuova livrea mimetica per scafo e sovrastrutture, in sostituzione del grigio chiaro uniforme.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre fu requisito dalla marina tedesca per trasferire sull’isola truppe e materiali per riorganizzare la difesa, ma il 20 settembre, due giorni prima della tragedia, lo Sgarallino riprese il servizio civile, sia per consentire il ritorno all’Elba dei numerosi militari e abitanti che attendevano di imbarcarsi a Piombino, sia per provvedere ai rifornimenti indispensabili per la popolazione dell’isola.

Quella mattina, da bordo del sottomarino inglese, il capitano Herrik lo identificò come nave ausiliaria nemica e diede l’ordine. Alle 9.49 due siluri colpirono lo Sgarallino spezzandone lo scafo e con esso la vita di quasi trecento persone innocenti.

Testimonianze

Sono trascorsi sessanta anni da quella mattina, e come sempre accade per ogni momento i ricordi sbiadiscono con il trascorrere del tempo come una vecchia fotografia, non nella mente degli elbani però e nemmeno in quelli della signora Marisa Burroni che di quella mattina in cui era bimba appena dodicenne, conserva ricordi indelebili.

Oggi Marisa Burroni è un’attempata signora di 71 anni, madre di Giorgio Benassi (Giotek) un subacqueo che ha partecipato alla nostra immersione sul relitto; dei ricordi quel giorno riportiamo le sue parole: «Avevo 12 anni, abitavo al Forte Stella in quella casa che osservata dalla nave che giunge a Portoferraio sembra attaccata al faro. Dalle finestre della nostra cucina si vedevano arrivare le navi da quando incrociavano il Cavo a quando erano all'altezza del faro di Portoferraio.Quel mattino un boato immenso proveniente dal mare ci fece correre alle finestre. All'altezza di Nisportino qualcosa era in fiamme, all’inizio non capii cosa stesse accadendo ma lo capirono subito i miei familiari: Hanno silurato lo Sgarallino!. Tutti gli abitanti del Forte Stella si radunarono al muretto sotto casa mia, al muretto dal quale si vede il mare e da lì si poté assistere impietriti al consumarsi della tragedia. Ricordo che la nave era avvolta dalle fiamme e da un denso fumo, dopo pochi minuti le fiamme si spensero e lo Sgarallino era scomparso sotto al mare. Quel giorno infame un vento leggero faceva giungere a tratti le urla di quei disperati. Ricordo che tutti correvano verso il porto e io feci lo stesso. So che i soccorsi partirono molte ore dopo il siluramento perché c’era la paura che quel maledetto sommergibile fosse ancora lì per colpire ancora. Non dimenticherò mai le decine di corpi esanimi distesi dal molo del Gallo fino a quasi la porta di ingresso di Portoferraio. La gente voltava i cadaveri per vedere se riconoscevano amici o parenti mentre alcune donne portavano le lenzuola per coprire quei poveri corpi, ma più di tutto ho chiaro nella mente il corpicino di un bimbo vestito di celeste; che Dio maledica la guerra, tutte le guerre».

Mentre ascoltiamo le parole della signora non è possibile impedire alla mente di volare lontano, immaginare il volto impaurito di una bimba, le grida, dei corpi. La mente vola ma torna fermandosi poco lontano, a sessantasei metri sotto il mare, a una scarpa seminascosta dal fango.

 

 

La testimonianza del Signor Stefano Campidonico sopravvissuto alla tragedia dello Sgarallino in una lettera indizzata al Signor Burelli nell'anno 1979 :


 clicca sulla foto per ingrandirla
  


Relitto Andrea Sgarallino, silurato da un sommergibile inglese nel 1943 di Andrea Neri
(le foto e il tesro sono statw tratte da: http://www.utrdivers.it/articoli/articolo045.html)

 

Le coordinate sono esatte: Lat 42° 44\991 N Long 010° 2F.545, i motori della goletta Belinda vengono spenti e inizia l’immersione.

Scendiamo a 66 metri di profondità, la visibilità non supera i due metri e lo scafo dello Sgarallino adagiato sul lato di babordo appare come una macchia scura.
Seminascosta nella fanghiglia una scarpa attira la nostra attenzione e la mano corre automatica ai pulsanti degli illuminatori commutandoli sulla massima potenza: le fattezze della scarpa rivelano la sua identità sicuramente vecchia, molto vecchia.

È il 22 settembre 1943, il piroscafo Andrea Sgarallino è salpato da Piombino alla volta di Portoferraio ma non vi approderà mai. Dopo un periodo durante il quale era stato adattato a servizi militari adottando oltre all’armamento anche la caratteristica livrea mimetica, il 20 settembre lo Sgarallino riprende il servizio civile per permettere il ritorno all’Elba degli oramai ex-militari, degli abitanti e per l’approvvigionamento delle derrate alimentari.
Alle 9.30 lo Sgarallino è oramai in prossimità del porto di Portoferraio, le case elbane sono perfettamente distinguibili, ma altrettanto ben distinguibile è la livrea militare che appare al periscopio del sottomarino inglese Hms Uproar comandato dal capitano Herrik, il quale non ha dubbi nel classificare il piroscafo come nave ausiliara nemica ed emette un ordine.
Sono le 9.49 quando due siluri esplodono sullo Sgarallino e quasi trecento persone perdono la vita a pochi metri da casa.

 

                          
                                              Simone Brogi, uno dei partecipanti all'immersione



La discesa con il DPV

L’immersione

L’immersione sull’Andrea Sgarallino non è di semplice esecuzione sia per le difficoltà tecniche sia per la logistica del luogo.
Essendo sulla rotta dei traghetti che ogni giorno fanno la spola tra Portoferraio e Piombino, il luogo d’immersione è interdetto alle immersioni, così come la pesca e l’ancoraggio.

Per poter eseguire l’immersione ci siamo avvalsi della collaborazione dell’Associazione Velica Belinda, della Capitaneria di Portoferraio la quale ha disposto la vedetta CP 2077 agli ordini del comandante Flavio Borriello che ha assistito tutte le operazioni di controllo alla navigazione e del Comune di Rio Marina.


le foto mostrano la targa commemorativa posta sullo scafo

Il mare perfettamente calmo ha favorito le operazioni e la squadra subacquea composta da sei sommozzatori è potuta scendere in condizioni di superficie ottimali.
Considerata la profondità (66 metri) e il tempo di permanenza sul fondo (60 e 35 minuti), il team subacqueo composto da istruttori e subacquei brevettati in immersioni a miscele ternarie UTR (Underwater Training Research) si sono immersi con miscele trimix ipossiche. Lo scafo è perfettamente integro dalla prua fino a quasi la metà dopo la quale le lamiere sono dilaniate come solo una potente esplosione può fare.

 

Da quel momento intorno allo scafo vi sono numerosi reperti di lamiere in parte emergenti dalla pesante fanghiglia del fondo. La verniciatura mimetica dello scafo è ben visibile e dai numerosi anfratti appaiono imponenti antenne di aragoste circondate da nuvole di anthias.
L’immersione è proceduta circumnavigando lo scafo in condizioni di scarsa visibilità dove nemmeno i potenti illuminatori da 150 watt sfondavano la caligine oltre i due metri di lunghezza, per cui non è stato possibile eseguire alcuna esplorazione interna dello scafo, solo nella parte più alta del relitto la visibilità è migliorata, consentendo la lettura della targa a ricordo dei caduti che la Lega Navale Italiana ha deposto due anni orsono durante una toccante cerimonia.

Tecniche di Immersione e Logistica.

Il relitto Andrea Sgarallino si trova a 66 metri di profondità su di un pianoro composto da fango e isolate rocce. Essendo l’aria una miscela di respirazione non idonea sia per la quota che per il tempo di permanenza programmato, i subacquei della UTR hanno impiegato miscele trimix (ossigeno, azoto, elio) quale gas per la respirazione sul fondo e miscele trimix 35/30, nitrox50 e ossigeno puro per la decompressione.
Prima di eseguire l’immersione è stato allertato il centro iperbarico di Portoferraio diretto dalla dott.sa Daniela Laudano.

La squadra composta da sei sommozzatori ha utilizzato le seguenti miscele:

Gruppo 1) Barnini Massimo e Benassi Giorgio: trimix 13/60, trimix35/30,
nitrox50, ossigeno puro; tempo di fondo: 60 minuti.
Gruppo 2) Neri Andrea, Brogi Simone, Caponi Giovanni e Cecchi Gianni: trimix 14/60 – decogas nitrox50 e ossigeno puro; tempo di fondo 35 minuti.



         

Alcuni momenti della decompressione

Analizzatore ossigeno: De-Ox
Analizzatore elio: Helium Analyzer (Imp. Acquamarina)
Erogatori: Scubapro – Poseidon
DPV: Zeuxo
Dry suit: Dive System, Bare Italia, Otter
Computer subacquei: Scubapro/Uwatec
Assistenza di superficie: Supervisore Peragina Claudio e tre assistenti.
Gas di emergenza a sei metri di profondità: 2 bombole ossigeno 10 litri e 1 nitrox50 da 15 litri con doppi erogatori.
Gas di emergenza in barca: ossigeno.
Gommone di emergenza: si
Presente la motovedetta CP 2077 di Portoferraio.

Per immergersi sullo Sgarallino

Per immergersi sull’Andrea Sgarallino occorrono speciali permessi rilasciati dalla Capitaneria di Portoferraio e dal Comune di Rio Marina.
Nell’immersione descritta in articolo, tale documentazione è stata resa possibile grazie alla collaborazione di Claudio Peragina comandante della goletta Belinda son la quale l’associazione velica organizza crociere giornaliere nell’isola d’Elba e settimanali nel Mediterraneo con partenza da Portoferraio.
L’imbarcazione è lunga circa 20 metri, quattro cabine per dieci ospiti, bagni, doccia, cucina. Per la parte subacquea sono disponibili 16 bombole da 15 litri, compressore e zavorre; per info: 339/2339816 e-mail: claudio_belinda@hotmail.com

 

LA BALLATA DELLO SGARALLINO
(da canzoni contro la guerra www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone.php?id=532&lang=it - 17k -)

Mia zia Sebastiana (“Bastiana” o “La Titta”, morta nel 1995) aveva trascritto questa ballata sul siluramento dello Sgarallino; chissà dove l’aveva ascoltata e chi l’aveva veramente scritta. Mia zia aveva l’abitudine di scrivere ogni sorta di cose su dei quaderni a quadretti. Ringrazio mio cugino Renzo Dini che me l’ha fatta avere.

Il ventidue settembre
partiva da Piombino
ben carico di gente
l' "Andrea Sgarallino"

Il ventidue settembre
ben carico di gente
partiva da Piombino
ched'è sul continente

Erano tutt'a bordo, erano ben stipati
E in più di trecento non sono più tornati

Nel mezzo del canale
che c'era il sole in cielo
qualcun vede qualcosa
movendo l'acqua a pelo

Nel mezzo del canale
passate le tonnare
qualcun vede qualcosa,
non si poté sbagliare.

Erano tutt'a bordo, erano ben stipati
E in più di trecento non sono più tornati

Si sentono le grida
si sentono le urla
si chiama il capitano
e non è certo burla

Si sentono le grida
nessuno è più al sicuro:
"Buttarsi tutt'a mare,
Che sta a arrivà un siluro!"

Erano tutt'a bordo, erano ben stipati
E in più di trecento non sono più tornati

Ma non féciono in tempo,
nessun s'era buttato;
che ci fu l'esplosione
dell'ordigno scoppiato

Ma non féciono in tempo,
nessun s'era salvato;
e per trecentotrenta
il tempo s'è fermato

Erano tutt'a bordo, erano ben stipati
E in più di trecento non sono più tornati

Aspetta aspetta al molo
la gente 'un vé arrivare
la nave di ritorno
e inizia a lagrimare

Aspetta aspetta al molo
la gente ode vociare
che l'Andrea Sgarallino
or giace in fondo al mare

Erano tutt'a bordo, erano ben stipati
E in più di trecento non sono più tornati

"Sia maladetto 'l giorno
che son venuto in terra,
Sia maladetto l'omo
che vòrse (*) questa guerra"

"Sia maladetto l'omo,
sia maladetto Iddio,
ché a bordo c'era mamma
e pur l'amore mio".

Erano a bordo, e non avran domani
Eran più di trecento, ed eran tutti elbani.

(*) volle